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C’era una volta l’autoscatto. Di che si trattava? Se l’autore di una foto voleva essere ripreso nel gruppo in posa per una foto-ricordo, doveva programmare nella macchina fotografica il timer e in uno spazio di tempo brevissimo raggiungere gli altri soggetti, mettersi subito in posa per poter essere ripreso dallo scatto programmato.

Oggi "autoscatto" è un termine che non si usa più, la parola di "moda" è "selfie". Di che si tratta?  Il termine deriva dall’inglese ed indica un autoscatto generato da una fotocamera digitale, uno smartphone, un tablet o una webcam puntati verso sé, da soli o con altri. 

L'Oxford English Dictionary nel 2013, ha considerato il "selfie" la "parola dell’anno”, ma è entrata nel vocabolario della lingua italiana solo nel 2014, recepita dal vocabolario Zingarelli. Il selfie è uno dei frutti dell’evoluzione delle tecnologie digitali ed ha preso molto campo fra i giovani, che utilizzano questo sistema soprattutto con lo scopo di condividere la foto sui social network.

Infatti questo tipo di scatto risulta comodo, semplice e veloce, non prevede necessariamente una cura dello sfondo, si concentra sui volti dei protagonisti. Dunque privilegia l'aspetto sociologico ed esclude l’intento artistico. In questi anni l'abitudine all'uso dei selfie è aumentata, e non solo fra i ragazzi, ormai gli amatori di questa tecnologia appartengono a tutte le età. Il selfie è diventato lo strumento di comunicazione in una società dell’immagine, esso consente di porsi al centro del colloquio continuo e aperto che da anni viene costruito sui web sociali.

Ma è del tutto positivo? In realtà questo metodo nasconde un pericolo nel campo linguistico della comunicazione verbale: è uno dei figli del cambiamento del nostro modo di comunicare, che negli ultimi anni, soprattutto fra i giovanissimi, vede una sempre minore predisposizione a scrivere e una maggiore tendenza a comunicare attraverso immagini o filmati, nei quali la parola scritta serve solo per dare un titolo e non è più usata per esprimere sentimenti concetti idee, delegando in tal modo tutto all’immagine e a chi riesce ad interpretarne il messaggio.

A mio parere la comunicazione non può essere affidata ad un solo mezzo, va integrata con altri mezzi, sono convinta del fatto che nell'uso esclusivo o privilegiato di un canale si perda la completezza del messaggio. Invece la tendenza sembra sia quella di presentare una cronaca di ciò che succede lasciando al destinatario il compito di valutare, piuttosto che "raccontare" dei propri sentimenti.

In quest'ottica l'uso esclusivo dei selfie non comunica di se stessi ma delle situazioni, degli avvenimenti, dei fatti in cui ci si trova e con chi.

Tuttavia credo che anche il selfie possa essere considerato da alcuni un “narcisismo”, un metodo legato ad un bisogno di attenzione e una voglia di contatto, infatti il destinatario è costituito da "gli altri e la chat" che si attiva al momento della pubblicazione in rete, insomma è un offrire se stessi in un modo nuovo e perché no anche accoglierli nella reciprocità della condivisione.

 

MARIA GRAZIA SESSA

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