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Tecniche di pittura

* Affresco * Pittura a tempera * Pittura ad Olio
* Pastello * Miniatura * Acquerello
* Graffito * Murale  
* Colori.... * Mescolare i Colori * I supporti
* La pulizia dei dipinti    

 

La pittura è l’arte di rappresentare attraverso il disegno e i colori , figure o cose su una superficie . Il disegno rappresentava il momento ideativo-creativo in cui l’artista, prima o durante la realizzazione, concepiva l’immagine grafica dell’opera stessa: il disegno era quindi importante non solo come momento ideativo ma anche e soprattutto come strumento di diffusione e circolazione , delle composizioni iconografiche e delle idee trasmesse da maestro ad allievo. Il concetto di disegno venne particolarmente considerato ed approfondito durante il Rinascimento dove era considerato un importante strumento conoscitivo per l’indagine della natura.

La differenza esistente fra le varie tecniche pittoriche è identificabile nella tipologia del liquido di cui ci si serve per preparare il colore: tale liquido dovrà infatti essere tanto più capace di aderire alla superficie, quanto meno questa è disposta ad assorbirlo, come nel caso della pittura a tempera o quella ad olio per le quali bisogna ricorrere all’uso di sostanze agglutinanti che fermino il colore al supporto e lo rendano aderente ad esso.


Affresco

 

L’affresco, che significa pittura a fresco, cioè condotta su un supporto ancora umido, è una tecnica pittorica murale che si avvale del principio di fermare i pigmenti minerali o le terre sospesi in acqua nell’intonaco ancora umido, usando la carbonatazione della calce. Ciò avviene per reazione chimica, infatti la calce presente nell’intonaco si combina con i gas carboniosi dell’aria e, trasformandosi in carbonato di calcio, dà vita ad una superficie capace di assorbire lo strato pittorico e di determinare il fissaggio al supporto.

Nella pittura a fresco, poiché l’intonaco assorbe immediatamente il colore, ogni fase della lavorazione deve essere prestabilita senza lasciare nulla all’improvvisazione, dal momento che i ristretti tempi di esecuzione richiedono un procedimento veloce, eseguito senza errori, anche perchè non è possibile apportare alcuna correzione o ritocco, se non a secco, cioè a intonaco già asciugato, o rifacendo l’intonaco.

Di grande importanza nell’affresco è la preparazione della malta e dell’intonaco da stendere sul muro, il quale può essere di pietre o mattoni, ma mai misto, e comunque deve necessariamente essere esente da tracce di umidità. Il rivestimento del muro avviene attraverso tre successivi momenti, a cui corrispondono la preparazione di altrettanti strati, il primo dei quali, il rinzaffo, preparato con uno strato di calcina grassa e sabbia, si presenta molto ruvido e grossolano. Sul rinzaffo viene successivamente disteso un secondo strato di intonaco più fino, detto arriccio per la superficie leggermente scabrosa ed arricciata che lo caratterizza: si tratta di uno strato ruvido, ma meno irregolare del primo. Sull’arriccio umido si applica quindi l’intonaco o tonachino destinato a ricevere il colore: questo strato finissimo, che si compone di sabbia fine, polvere di marmo e calce, andava tenuto umido per tutto il tempo della coloritura.

Questa tecnica variava secondo le epoche e i luoghi. In Italia da una fase antica a pontate, in cui l’intonaco e il colore venivano dati rapidamente per zone secondo l’andamento orizzontale del ponteggio, si passò nel Due-Trecento alla lavorazione a giornata, in cui l’intonaco veniva steso e lavorato giorno per giorno. In questo periodo si ha anche l’introduzione della sinopia, ossia del disegno preparatorio sull’arriccio, fatta con terra rossa di Sinope, dalla città omonima sul Mar Nero. Il disegno con la sinopia consentiva di avere direttamente sul muro sia una prova generale delle parti da affrescare, sia l’individuazione degli spazi da coprire giornalmente con il tonachino, sia una veduta di insieme dell’opera da realizzare. Con un filo intinto nel carbone venivano suddivisi gli spazi da affrescare, quindi con il carboncino si procedeva alla vera e propria resa della scena, fissando il disegno generale con il colore ocra diluito. Lo studio dell’esito definitivo veniva fatto tratteggiando tutte le parti da affrescare con la sinopia. Ogni giorno quindi l’artista era in grado di assegnarsi le parti da comporre: stendeva l’intonaco sulla bozza a carboncino, creava il disegno con la sinopia e passava a colorare in modo definitivo la parte. La stesura del colore avveniva gradatamente, partendo dalle ombre si stendevano prima le zone più chiare, per arrivare progressivamente ai toni più vivi.

Nel Quattrocento la rappresentazione prospettica, che richiedeva giusti calcoli e non consentiva improvvise correzioni, portò a sostituire la tecnica della sinopia con quella del cartone con lo spolvero e successivamente con l’utilizzo del solo cartone con il calco delle figure.

Il cartone consentiva di studiare, preparare e conoscere il disegno definitivo, il quale, eseguito a grandezza delle figure da realizzare, veniva perforato seguendo le linee della composizione. Posto a contatto dell’intonaco veniva quindi battuto con un sacchetto contenente polvere fine di carbone vegetale che, penetrando attraverso i fori, lasciava sul muro una lunga serie di puntini di colore nero, equivalenti al conterno stesso del disegno. Molto spesso l’artista per evitare di perdere la traccia della composizione la delemitava con piccole punte o chiodi. Verso la fine del Quattrocento allo spolvero si sostituì l’uso del solo cartone che veniva poggiato sull’intonaco fresco: in questo caso l’artista procedeva con una punta a calcare le figure, delimitando quindi le parti da affrescare. Il disegno preparatorio era formato da più parti in scala: dal disegno d’insieme, con il sistema della quadrettatura o rete, si passava a comporre più parti, tracciate proporzionalmente in scala sull’ intonaco. Nel Cinquecento la novità fu data dalla ricerca di esiti più vibranti e pastosi nella materia di superfice, per cui all’intonaco fine, che crea una chiara compattezza, si sostituì un intonaco granuloso o ruvido.

La tecnica della pittura a fresco, pur non prevedendo l’uso dei colori fissati a secco, ha visto in tutte le epoche l’abitudine di corregereil dipinto con colori a calce o tempera. La pittura a tempera sul muro secco consentiva numerosi vantaggi quali l’uso di un’ampia gamma di colori, la verifica immediata dell’esito o tono del colore, che non era possibile nell’affresco poiché i colori, asciugandosi, cambiavano di tono, e la possibilità di apporre correzioni coprendo o raschiando il colore, visto che non veniva assorbito dall’intonaco. Mentre i colori a fresco, proprio perché assorbiti all’intonaco, avevano una notevole resistenza, la pittura applicata a secco si deperiva velocemente.


Pittura a tempera

 

Per tempera si intende quel genere pittorico che utilizza l’acqua per sciogliere i pigmenti composti da resine vegetali (terre naturali, pietre macerate) ed impiega varie sostanze come la colla di pesce, l’albume d’uovo, la gomma arabica, il lattice di fico per agglutinare, cioè per fare aderire il colore al supporto.

La superficie destinata a ricevere lo strato pittorico può essere di natura diversa: carta, tela, pietra, metallo o legno sono i supporti sui quali si può dipingere ricorrendo all’uso della tempera.

Il periodo di massima diffusione di questo genere pittorico è anteriore al diffondersi della tecnica della pittura ad olio legata all’uso della tela libera su telaio, affermatasi tra il Quattro e il Cinquecento: la tempera è quindi inizialmente la tecnica legata alla realizzazione dei dipinti su supporti lignei. Il legno utilizzato era prevalentemente il pioppo, proveniente dal Sud-Europa, e la quercia del Nord-Europa: venivano comunque usati altri legni quali il noce, l’abete e il pino silvestre. Nella scelta l’artista si orientava prevalentemente su un legno che fosse il più possibile compatto e senza nodi: una volta individuatolo, procedeva ad eliminarne le resine e le gomme, dannose per lo strato pittorico, e a spianarlo, senza lisciarlo troppo, per consentire la presa dell’imprimitura, cioè quella serie di operazioni necessarie a rendere la superficie pittorica atta a ricevere lo strato di colore. E’ possibile, pur con le eccezioni e le riserve del caso, individuare tre grandi periodi nei modi d’uso della tecnica della pittura a tempera, corrispondenti alle diverse esigenze che la resa dell’oggetto artistico ha avuto nel tempo:

1-periodo anteriore alle innovazioni dello scorcio del Duecento e degli inizi del Trecento, in cui la raffigurazione delle figure era resa per sovrapposizioni successive di colore. Una volta segnati i profili delle figure, l’artista stendeva in maniera uniforme i colori, determinando in seguito le particolarità, i rilievi e le incavità delle figure con l’andamento delle pennellate: partendo quindi da una tinta base il pittore procedeva colore per colore, aggiunte su aggiunte alla resa del soggetto. Prima della stesura dei colori sulla tavola l’artista applicava un fondo in oro, per realizzare il quale si serviva di una lamina d’oro battuta dai battiloro tra due strati di pelle. Come coesivo tra l’imprimitura e la lamina si serviva del bolo, cioè di una terra argillosa, untuosa e rossiccia, che veniva stemperata in acqua e chiara d’uovo preparata a neve. Sulla superficie inumidita del dipinto, il pittore stendeva quindi tre o quattro passate di bolo di diversa densità: servendosi poi di carta per sostegno, posava l’oro sul bolo preparato con acqua e chiara d’uovo, cercando di farlo aderire perfettamente alla superficie;

2-periodo compreso fra il Trecento ed il primo Quattrocento, in cui l’uso del colore avveniva, sempre zona per zona, per graduato accostamento, e non per aggiunzione;

3-seconda metà del Quattrocento: in questo periodo le figure e gli oggetti rappresentati nei dipinti venivano indagati con molta minuzia e resi con il massimo di profondità e di spazio: la struttura portante di questo modo di operare è il disegno.


Pittura ad olio

 

In questo genere pittorico la materia colorante è data dal pigmento e dall’olio (di lino, di noce, di papavero), che funge da elemento di coesione tra i colori stessi e il supporto pittorico: le resine, una volta macinate, venivano impastate con poco olio su una lastra di granito e lavorate fino ad eliminare da esse ogni residuo di untuosità. A caldo venivano quindi aggiunte a questo impasto essenze di resine dure che avevano lo scopo di dare maggiore trasparenza ai colori, i quali, rispetto a quelli a tempera, risultavano essere così molto più brillanti. La diffusione di questo genere fu possibile soprattutto grazie all’uso della tela, di lino o di canapa, il cui utilizzo si affermò nella prima metà del secolo XV nella regione dei Paesi Bassi. In Italia le prime testimonianze si hanno a Venezia nella seconda metà del secolo XV, dove il procedimento fu favorevolmente accolto, sia perché la pittura su tavola era facilmente deteriorabile a causa del clima umido e della salsedine, sia perché permetteva di realizzare dipinti delle dimensioni desiderate

Il fatto che la pittura ad olio fosse legata alla produzione pittorica su tela non significa che questa tecnica non potesse essere utilizzata anche su un supporto ligneo, ma evidenzia come l’introduzione della tela su telaio ne abbia consentito un uso migliore, grazie soprattutto al ricorso ad una imprimitura più leggera e all’introduzione, negli impasti, di resine più molli rispetto a quelle usate dai fiamminghi, ai quali, per primi, si deve l’applicazione sistematica di impasti colorati a base di oli e resine. L’utilizzo quindi di oli vegetali permetteva all’artista di trattare la materia pittorica in modo diverso, in quanto non solo veniva ad estendersi la gamma dei pigmenti utilizzabili ma aumentava anche la possibilità sia di intensificare i chiari e gli scuri, che di procedere nella lavorazione ponendo una maggiore attenzione al dettaglio. I colori impastati con l’olio, seccandosi in tempi meno rapidi rispetto a quelli impastati con l’uovo, consentivano infatti all’artista di procedere più lentamente e quindi di essere più preciso nell’esecuzione.

La maggiore facilità di lavorazione della materia pittorica fu un modo per favorire la maggiore diffusione della pittura: il pittore infatti con la tela ed i colori aveva già tutto quanto gli occorreva per dipingere, fatto questo che gli consentiva di spostarsi con maggiore facilità, senza il seguito di una vera e propria officina.


Pastello

 

Il pastello, il cui significato originario rimanda ad un materiale morbido al quale si può dare una forma particolare, è un tipo di pittura che non si avvale di nessun connettivo per fare aderire il disegno allo strato pittorico. Si tratta quindi di una varietà del disegno a matita, che si ottiene impastando polveri colorate con acqua resa agglutinante da leggere soluzioni di gomma arabica, di sapone di Marsiglia, di decotto di orzo o di lino: una volta ottenuto, l’impasto viene modellato e ridotto in bastoncini colorati, che vengono lasciati essiccare. I pastelli possono presentarsi in tre diverse gradazioni di impasto, morbido, semiduro e duro, determinate dalla maggiore o minore presenza nell’impasto di grassi o componenti cerose. La maggiore o minore intensità di colore è invece determinata dalla quantità di pigmento diluito nelle sostanze agglutinanti di cui si è fatto uso: per ottenere tinte chiare si aggiunge al colore base argilla bianca, graffite o polvere nera per le tinte scure e bolo armeno per quelle rosse. La tecnica del pastello era molto diffusa già dal secolo XV, ed era usata soprattutto per l’esecuzione dei ritratti.

 


Miniatura

 

Il termine miniatura deriva dal verbo latino miniare, che in origine rimandava all’operazione del dipingere o sottolineare il titolo di un libro in rosso scarlatto o minium. Il sostantivo miniatura quindi rimanda all’arte di decorare i caratteri iniziali dei manoscritti con preziosi ornati in oro oppure con immagini dipinte raffiguranti motivi floreali, arabeschi, immagini religiose, animali o figure umane. L’arte della miniatura, importata a Roma dai greci al tempo di Costantino, conobbe durante il Medioevo larga diffusione ad opera dei monaci che erano soliti miniare i testi sacri: nelle officine scrittorie dei monasteri la suddivisone dei compiti e delle specializzazioni era tale per cui gli scrivani, ai quali spettava la sola trascrizione del testo del manoscritto, lasciavano in bianco gli spazi nei quali i miniatori dovevano inserire la decorazione. Per la realizzazione dei manoscritti si ricorreva all’uso della pergamena ottenuta conciando e sbiancando pelli di pecora e di capra: considerando il fatto che la particolare delicatezza della pergamena rendeva sconsigliabile abbozzare direttamente l’immagine, il miniaturista, per ovviare a questo inconveniente, preferiva ricorrere al metodo del ricalco. In seguito all’invenzione della stampa e alla conseguente diminuzione della produzione di testi su pergamena, l’arte della miniatura fu sempre meno richiesta.

Nel secolo XVI iniziò ad affermarsi l’arte del ritratto miniato, realizzato su avorio o su lastre di rame di piccole dimensioni, che si caratterizza come un modo di dipingere minuto, descrittivo ed analitico.

 


 Acquerello

 

Per acquerello si intende una pittura ad acqua, in cui i pigmenti colorati, finemente macinati, vengono impastati con gomma arabica, cioè con resina d'acacia diluita in acqua pura o distillata, integrata, talvolta, con l'aggiunta di piccole parti di miele, zucchero o glicerina e stesi, solitamente, su un supporto di carta. La caratteristica propria dell'acquerello è data dal fatto che tanto più gli strati di colore, stesi a velature, risultano acquosi e leggeri, tanto più contribuiscono a rendere trasparente il soggetto raffigurato. Nella tecnica dell'acquerello i toni chiari e le luminosità più intense si ottengono, per trasparenza, mettendo in evidenza il bianco e il chiaro del supporto pittorico che può essere di carta, ma anche di pergamena, di porcellana e vetro: ne caso della carta è preferibile ricorrere all’uso di una carta che non ingiallisca e non spenga i colori.

Il termine acquerello, già in uso alla fine del secolo XIV, indicava in origine un procedimento di ombreggiatura di schizzi, disegni o bozzetti, anche a soggetto a architettonico: il dipingere con colore steso a velature in soluzioni acquose serviva infatti per donare ai dipinti una particolare tonalità, per valutare l’esito cromatico nei disegni preparatori, per tinteggiare i disegni d’architettura e per illustrare opere a carattere botanico o zoologico. Fino al primo Settecento comunque non si può parlare di acquerello come di una forma artistica propria ed autonoma, nonostante i diversi modi di impiego sopra ricordati: la maggiore immediatezza dell’esecuzione determinò la diffusione di questa tecnica a partire dalla seconda metà secolo XVIII in Inghilterra, paese nel quale maggiormente si affermarono le idee sensistiche, cioè le idee legate a quella dotrina filosofica secondo la quale tutte le conoscenze si riducono a sensazioni.

Se agli Olandesi spettò il merito di avere realizzato i primi paesaggi su carta utilizzando colori diluiti in acqua e resina, è agli Inglesi che va riconosciuta la capacità di avere perfezionato e largamente usato la tecnica dell'acquerello per rappresentare vedute di città, di paesaggi marini e di nature morte: abbreviandosi infatti notevolmente il processo di trascrizione dell'immagine, l’artista aveva maggiore possibilità di esprimere la propria sensibilità e la propria fantasia attraverso la pennellata. A determinare inoltre la fortuna dell'acquerello fu, alla fine del Settecento, oltre

all’immediatezza dell’esecuzione, anche la moda di decorare mobili, paraventi od oggetti di uso quasi quotidiano ed il diffondersi della pittura, e quindi dell'esercizio dell'acquerello, nell'educazione delle ragazze appartenenti ai ceti borghesi.



Il Graffito

-Il GRAFFITO come disegno sulla parete deve essere esclusivamente disegnato con le bombolette spray (o aerosol, da cui AEROSOL ART ), sono riconoscibili grazie alle coloratissime e illeggibili scritte, ai particolari effetti cromatici che si ottengono con gli spray e a quelle strane figure molto somiglianti a caricature e fumetti. Le complicate scritte che di solito non vengono comprese, sono in realta' frasi o parole con una particolare evoluzione grafica delle lettere (evoluzione del lettering) che le rende irriconoscibili.
Con queste scritte esageratamente modificate, i graffitisti scrivono di solito i nomi delle loro tag e dei loro gruppi (CREW in gergo), frasi di protesta e di contestazione (spesso in lingua inglese), offese, auguri, semplici parole con significati che possono essere intesi solo da chi si occupa di questo tipo di "arte".
Ma come vengono interpretati i graffiti da coloro che non riescono a decifrarli? Cosa c'e' dietro a ogni disegno?
Sicuramente non e' solo una forma di vandalismo come qualcuno crede, bensì una forma d'arte che si e' sviluppata con l'HIP-HOP : questo movimento giovanile nato insieme alla musica rap, alla breakdance e ai graffiti, si e' evoluto in tutti gli Stati Uniti ed e' poi sbarcato in Europa negli anni ottanta a Berlino e Parigi.
Ma cosa spinge questi giovani artisti di strada ad avventurarsi di notte nelle stazioni, nei depositi della metropolitana o nelle strade della citta'?

E' il desiderio di essere notati: e' per questa ragione che e' nato il graffitismo o AEROSOL ART (arte dello spray) nel Bronx. I giovani per lo piu' di colore e ispanici, lasciavano sui muri la loro TAG; spesso sceglievano i vagoni della metro perche' potessero essere notati il giorno dopo dal maggior numero di persone: era il modo di dire "Esisto!" "Ci sono anch' io!".
I primi a firmare la metro newyorkese e i muri dei ghetti furono Taki 183, Phase 2 , Rammelzee, A-One, Lee, Cliff...
Il critico Gillo Dorfles tratta i graffiti newyorkesi come un'espressione nuova e autentica, quelli italiani come banali imitazioni.
Tutto cio' non e' vero, l'hip hop e' stato tramandato, ha attraversato l'oceano ed e' arrivato in Italia passando per la Francia e la Germania: sono stati quindi tramandati i graffiti, la musica rap e la breakdance. I graffiti italiani non sono imitazione, ma prosecuzione di quelli americani. Ogni nazione si e' poi creata uno stile sulla base dell'hip-hop newyorkese (racchiudendo quindi le tre "discipline" ) considerato come un modello, un canone. L' Italia e' l'ultima arrivata e, a differenza delle altre nazioni europee (Francia, Germania, Spagna, Olanda), non possiede ancora uno stile unificato, ma e' molto frammentato: in ogni citta' se ne e' creato uno diverso. Solo ultimamente la scena Hip Hop italiana sta maturando, sembra che il 1995 sia stato l'anno del boom, mentre nel resto d' Europa il graffitismo da' segni di indebolimento. La gente si e' accorta che in Italia esiste questo movimento che per molto tempo era rimasto nascosto; e riesce a conviverci solo da pochi anni.
Qualche comune stanzia fondi per organizzare conventions dove paga le bombolette ai graffitisti (WRITERs in gergo), offre spazi ai ballerini di breakdance e ai rapper. Si tratta di un concentrato di hip hop, dove centinaia di ragazzi e ragazze (B-BOYs e FLY-GIRLs in gergo) si riuniscono per rappresentare la propria citta', per confrontarsi nei graffiti, nella breakdance e nel rap, per avere dei contatti con altri b-boys o fly-girls, per unificare infine lo stile italiano.
Si devono pero' distinguere gli artisti del graffito dagli imbrattatori, per lo piu' ragazzini inesperti (TOYs in gergo), che imitano i grandi dell'aerosol art, copiando i disegni dalle fanzine in circolazione (riviste per appassionati del settore): non si fanno scrupolo a lasciare le loro firme ovunque, anche sui monumenti (il vero writer non imbratta i monumenti e le opere d'arte, ne ha fatto un divieto). Non e' detto poi che questi toys diventino dei veri graffitisti. Spesso il graffitismo viene considerato da queste orde di ragazzini come una moda, una moda intesa come ideologia di branco.
In realta' e' una tendenza, uno stile di vita che si forma solo con anni di esperienza; infatti il b-boy affermato cerca di proteggere in ogni modo l'hip-hop da chi cerca solo di imitarlo e copiarlo per moda. Il boom dei toys ha dato vita anche ad una forte speculazione commerciale mediante la produzione di capi di abbigliamento giovanile, quaderni scolastici, che imitano i graffiti.


Il Murale


-Il MURALE si differenzia dal graffito sia per la sua storia che per le sue tecniche di realizzazione.
Il modello di riferimento e' il muralismo messicano nato intorno agli anni venti come espressione di quelli che erano gli ideali circa la politica, l'arte e il ruolo svolto dalla cultura. I "tre grandi" furono Rivera, Orozco e Siqueiros i quali credevano in un'arte collettiva che potesse essere goduta da larghi strati di societa' trovandosi quindi in luoghi pubblici di larga frequentazione.
I temi principali riguardano la narrazione del mondo precolombiano e delle sue tradizioni, che non bisognava dimenticare, e il periodo che va dalla conquista spagnola fino all'avvio dell'epoca moderna, culminata nella rivoluzione del 1910.
Oggi la critica ha messo in risalto sia la grandezza, sia le incongruenze esistenti all'interno del muralismo; bisogna inoltre considerare il clima del momento, il fervore politico nel quale vivevano gli artisti che inaugurarono la grande stagione murale nel 1922. Il muralismo messicano si sviluppa seguendo le tendenze caratteriali di ciascun artista, presentandosi cosi' poliedrico per quanto riguarda le idee in campo politico e le tecniche di realizzazione. Negli anni '70 i murales sono stati usati in Cile come forma di comunicazione per spiegare alla popolazione, in gran parte analfabeta, i contenuti della lotta contro l'oppressione.
La pittura sui muri era una forma di espressione molto diffusa in Cile durante il governo di Salvador Allende; dopo il colpo di stato militare del Settembre 1973 e l'uccisione di Allende, molti cileni sono stati costretti a rifugiarsi all'estero. Gruppi esuli continuavano a dipingere i soggetti che dipingevano in patria, perche' la gente, vedendo quei muri, non avesse dimenticato il destino del loro paese.
In molte altre parti del mondo i murales sono diffusi come forma spontanea e collettiva di espressione artistica.
Le tecniche utilizzate dai muralisti messicani erano inizialmente quelle antiche dell'affresco e dell'encausto. Poi Siqueiros sperimento' nuovi sistemi di colorazione, usando vernici e strumenti industriali. Comincio' cosi' a utilizzare la pistola a spruzzo e l'aerografo con vernice per auto (ossido di pirossellina) e resine sintetiche a rapida essiccazione, resistenti agli agenti atmosferici (ideali quindi per murales esterni).
I murales di oggi non hanno la stessa funzione di quelli messicani o di quelli cileni, ma vengono disegnati per attirare l'attenzione della gente. Vi e' un grande divario nei settori in cui viene applicata quest'arte murale, con grado di partecipazione pubblica piu' o meno elevato. Alcuni dipinti murali sono sponsorizzati dall'industria a fini pubblicitari.
Secondo il critico Mark Treib, in America si possono distinguere due scuole, che differiscono tra loro per stile e contenuto, e che sono rappresentate dalle contrapposte culture della West Coast e della East Coast, con Los Angeles e New York come principali punti di riferimento. Sono noti i muri iperrealisti di Los Angeles, alcuni gruppi di lavoro intraprendono progetti con la tecnica dei "trompe l'oeil", provocando sconcertanti illusioni ottiche. I gruppi piu' famosi di artisti che disegnano murales, sono il Fine Heart Squad in Inghilterra e il City Walls Inc. negli Stati Uniti.

 

Note : Le informazioni contenute in questa pagina provengono da varie fonti storico-scientifiche ,non testate.